È una delle frasi che i genitori ripetono più spesso: “Mio figlio capisce l’inglese, ma quando deve parlare si blocca”. Riconosce le parole, segue le istruzioni, prende anche buoni voti, ma quando deve esprimersi, resta in silenzio o risponde a monosillabi.
Questo comportamento non è raro e non indica mancanza di capacità. In realtà, è molto più comune di quanto sembri e ha una spiegazione chiara. Capire una lingua e avere il coraggio di usarla sono processi diversi, e uno non garantisce automaticamente l’altro.
Comprendere cosa c’è dietro questo blocco è il primo passo per aiutarlo davvero.
Se capisce l’inglese, perché non lo parla?
La maggior parte dei bambini e degli adolescenti imparano l’inglese inizialmente in modo passivo. Ascoltano, leggono, riconoscono le strutture e capiscono il messaggio generale. Questa è comprensione. Parlare, invece, richiede qualcosa di più complesso: decidere cosa dire, come dirlo e farlo in tempo reale, davanti agli altri.
Quando un bambino capisce l’inglese ma non lo parla, di solito non è perché non sa, ma perché non si sente sicuro di farlo. Il problema spesso non è il livello, ma il contesto e l’esperienza emotiva associata alla lingua.
In molti casi, l’inglese è stata una materia valutata, corretta e confrontata. Si è imparato per “indovinare”, non per comunicare. E quando arriva il momento di parlare, la paura di sbagliare pesa più delle conoscenze che già possiede.
Le cause più comuni del blocco nel parlare inglese
Paura di sbagliare e di “dirlo male”
Una delle cause principali è la paura dell’errore. Molti bambini associano il parlare inglese all’esporsi: essere corretti davanti agli altri, essere derisi o sentirsi come se “lo facessero peggio”.
In ambienti dove ogni frase viene corretta o tradotta subito, il messaggio che ricevono è chiaro: parlare male è un problema. E di fronte a questa pressione, il silenzio sembra l’opzione più sicura.
Perfezionismo: voler parlare bene prima di parlare
Soprattutto nei bambini responsabili e negli adolescenti con un buon rendimento scolastico, compare il perfezionismo. Vogliono costruire la frase perfetta prima di aprire bocca. Poiché ciò è quasi impossibile in una lingua che si sta ancora imparando, il risultato è il blocco.
Parlare una lingua non inizia quando la si padroneggia, ma quando si accetta che si commetteranno degli errori. Senza questo permesso, lo speaking non parte.
Mancanza di un contesto reale per usare la lingua
Molti bambini hanno imparato l’inglese solo in contesti artificiali: esercizi, libri, audio o risposte chiuse. Raramente hanno dovuto usare la lingua per chiedere qualcosa, risolvere un problema o relazionarsi con gli altri.
Invece, quando l’inglese appare in situazioni reali — ad esempio, dover spiegare un’idea durante un’attività, organizzare un gioco con compagni di altri paesi o chiedere aiuto in una convivenza —, la lingua smette di essere teorica e inizia ad avere senso.
Molta comprensione, poca pratica orale
È comune trovare bambini con un grande vocabolario passivo e pochissima pratica orale. Ascoltano molto, leggono abbastanza, ma parlano poco. Il cervello si abitua a ricevere informazioni, non a produrle.
Parlare è un’abilità che si allena parlandolo. Senza spazi frequenti di espressione orale, la fiducia non si costruisce.
Tradurre mentalmente dallo spagnolo
Un altro blocco comune è la traduzione costante. Il bambino pensa prima in spagnolo, poi cerca di tradurre, poi dubita che sia corretto e, infine, resta senza parole.
In ambienti dove l’inglese viene vissuto in modo continuo, questo processo si riduce. A poco a poco, il cervello inizia a rispondere direttamente in inglese, anche se con frasi semplici.
Esperienze negative precedenti
Una correzione brusca, una risata, un confronto o una brutta esperienza sociale possono lasciare il segno. Il cervello ricorda quella situazione e attiva il freno ogni volta che si ripresenta una situazione simile.
Per questo è così importante che l’apprendimento dello speaking avvenga in un ambiente dove sbagliare sia normale e sicuro.
Mancanza di identità sociale in inglese (chiave negli adolescenti)
Nell’adolescenza, la lingua non è solo uno strumento, è anche una questione di identità. Molti teens sentono di “non essere loro stessi” quando parlano inglese. Si sentono goffi, diversi o fuori posto.
Quando l’inglese non fa parte della loro vita sociale reale, parlarlo viene percepito come qualcosa di artificiale. Invece, quando la lingua è la lingua naturale del gruppo, della convivenza e delle relazioni, quella barriera scompare poco a poco.
Sapere l’inglese non è lo stesso che avere il coraggio di usarlo
Una delle idee più importanti da comprendere è che lo speaking non dipende solo dalla conoscenza, ma dalla fiducia. Un bambino può sapere come si costruisce una frase e comunque non usarla se non si sente a suo agio nel farlo.
Parlare una lingua implica esporsi davanti agli altri, reagire rapidamente e accettare che non tutto andrà perfetto. Se l’ambiente trasmette sicurezza, il bambino si mette in gioco. Se trasmette giudizio, si protegge restando zitto.
Quando l’inglese viene usato come strumento sociale — per fare amicizia, collaborare in un’attività o condividere un momento divertente — smette di essere qualcosa che “si valuta” e diventa qualcosa che serve. E questo cambiamento è decisivo.
Il blocco nel parlare inglese nei bambini e negli adolescenti non è uguale
Anche se il sintomo può sembrare lo stesso, le cause e le necessità cambiano molto in base all’età.
Nei bambini (8–12 anni): sicurezza e gioco
In queste età, il bambino ha bisogno di sentirsi sicuro. Impara meglio quando l’inglese è integrato nel gioco, in routine chiare e in attività dove non c’è pressione per farlo bene. Per questo i campi estivi di inglese per bambini si concentrano spesso su dinamiche in cui la lingua viene vissuta con naturalezza e supporto emotivo.
Quando un bambino partecipa a dinamiche dove l’inglese viene usato per giocare, creare, muoversi o risolvere piccoli problemi quotidiani, inizia a parlare quasi senza rendersene conto. Non analizza, non traduce, non si giudica. Semplicemente usa la lingua perché fa parte del momento.
L’adulto che accompagna ha un ruolo chiave: guidare, modellare la lingua e incoraggiare, ma senza correggere costantemente né interrompere la comunicazione.
Negli adolescenti (13–17 anni): identità e appartenenza
Nell’adolescenza, la paura del ridicolo pesa molto di più. Parlare inglese davanti agli altri può essere vissuto come una minaccia alla propria immagine all’interno del gruppo.
Qui la chiave non è tanto il gioco quanto la appartenenza. Quando l’inglese è la lingua naturale del gruppo con cui convivono, l’adolescente inizia a usarlo perché ne ha bisogno socialmente. Questo approccio è particolarmente rilevante nei campi di immersione in inglese per adolescenti, dove la lingua fa parte reale della vita sociale del gruppo.
In questi contesti, la lingua smette di essere “qualcosa della scuola” e diventa parte della loro vita reale.
Cosa possono fare i genitori per aiutare (senza forzare)
Molti genitori, con le migliori intenzioni, cercano di spingere i figli a parlare inglese. Tuttavia, la pressione di solito ha l’effetto opposto. Aiutare significa più creare condizioni favorevoli che pretendere risultati.
Creare piccoli spazi naturali di uso dell’inglese
Non è necessario imporre lunghe sessioni di inglese. A volte bastano momenti brevi e costanti: un’attività specifica, una routine semplice o una situazione in cui la lingua abbia un senso pratico.
L’importante è che il bambino percepisca l’inglese come qualcosa di normale, non come un obbligo in più.
Ridurre la correzione e aumentare la comunicazione
Correggere ogni errore frena la comunicazione. È preferibile lasciar fluire il messaggio e correggere solo l’essenziale, in modo naturale e senza interruzioni.
Quando il bambino sente che l’importante è farsi capire, non farlo perfetto, la barriera inizia ad abbassarsi.
Non trasformare l’inglese in una fonte di conflitto
Confronti, rimproveri o aspettative troppo alte generano rifiuto. La lingua non dovrebbe diventare motivo di discussione né un peso emotivo.
Più rilassato è il rapporto con l’inglese, più facile sarà che appaia lo speaking.
Che tipo di ambiente favorisce che inizino a parlare inglese
Dopo aver capito le cause del blocco, la domanda logica è cosa serve a un bambino o a un adolescente per iniziare davvero a sciogliersi. La risposta non sta in più esercizi né in più correzioni, ma nell’ambiente. Per questo è fondamentale analizzare come è progettato un ambiente di convivenza in cui l’inglese sia davvero la lingua del quotidiano, come avviene nei programmi basati sull’immersione linguistica reale.
Un ambiente adeguato non spinge a parlare, ma invita a farlo in modo naturale.
Reale necessità di comunicare in inglese
Lo speaking nasce quando l’inglese smette di essere opzionale. Quando il bambino ha bisogno della lingua per integrarsi in un’attività, coordinarsi con gli altri o risolvere una situazione quotidiana, il cervello dà priorità alla comunicazione rispetto alla correttezza.
Ad esempio, quando deve spiegare un’idea a un compagno di un altro paese, organizzare un gioco o partecipare a un progetto comune, parlare inglese smette di essere una sfida accademica e diventa una necessità pratica.
Interazione reale con altri bambini e adolescenti
Parlare con gli adulti è importante, ma parlare tra pari lo è ancora di più. L’interazione tra bambini e adolescenti crea situazioni spontanee, reali ed emotivamente significative.
In contesti in cui convivono partecipanti di diverse nazionalità, l’inglese diventa la lingua comune del gruppo. Non si parla perché “bisogna”, ma perché è l’unico modo per relazionarsi.
Adulti che accompagnano senza tradurre costantemente
Il ruolo dell’adulto non è correggere ogni frase né tradurre tutto ciò che accade, ma accompagnare, modellare la lingua e generare sicurezza.
Quando l’adulto mantiene l’inglese in modo naturale e aiuta il bambino a esprimersi senza passare automaticamente allo spagnolo, si rafforza l’idea che l’inglese sia uno strumento valido e sufficiente per comunicare.
Continuità: l’inglese non scompare
Il progresso accelera quando l’inglese non appare e scompare a seconda dell’attività, ma è presente durante tutta la giornata. Nelle conversazioni informali, nei momenti di svago, nelle piccole decisioni quotidiane.
Quella continuità riduce la traduzione mentale e facilita che il bambino inizi a rispondere in modo automatico, anche con frasi semplici.
Non è mancanza di capacità, è mancanza di contesto
Quando un bambino o un adolescente capisce l’inglese ma non osa parlarlo, il problema raramente è il suo livello. Nella maggior parte dei casi, non ha avuto l’ambiente adeguato per sentirsi sicuro e usare la lingua con naturalezza.
Parlare inglese non si sblocca con la pressione, ma con esperienze positive, reale necessità di comunicazione e relazioni significative. Quando il contesto accompagna, la fiducia compare e la lingua inizia a fluire.
Non si tratta di “sapere più inglese”, ma di avere l’opportunità di viverlo. Se vuoi approfondire cosa significa esattamente creare un ambiente in cui la lingua viene usata in modo naturale, puoi leggere anche che cos’è (e cosa non è) una vera immersione linguistica in inglese.
Domande frequenti sul blocco nel parlare inglese
È normale che un bambino capisca l’inglese ma non lo parli?
Sì. È una situazione molto comune e non indica mancanza di capacità. La comprensione di solito si sviluppa prima dell’espressione orale.
A che età si sciolgono a parlare inglese?
Dipende più dal contesto che dall’età. Con l’ambiente giusto, sia bambini che adolescenti possono iniziare a parlare con più scioltezza in poco tempo.
La vergogna di parlare inglese sparisce da sola col tempo?
Non sempre. Se l’ambiente non cambia, il blocco può persistere. Quello che di solito fa la differenza è un’esperienza in cui l’inglese viene usato in modo naturale e senza pressione.
Forzare a parlare inglese può essere controproducente?
Sì. Una pressione eccessiva può aumentare la paura di sbagliare e rafforzare il blocco. È preferibile creare situazioni in cui parlare abbia senso.
Quante ore di speaking servono per notare dei cambiamenti?
Non dipende solo dalle ore, ma dalla qualità del contesto. Un ambiente continuo e reale tende a generare cambiamenti prima rispetto a sessioni isolate.
Funziona allo stesso modo con bambini e adolescenti?
Il principio è lo stesso, ma le motivazioni cambiano. Nei bambini prevalgono la sicurezza e il gioco; negli adolescenti, l’appartenenza al gruppo e l’identità sociale.
Si può migliorare lo speaking senza andare all’estero?
Sì. Basta che l’ambiente sia ben progettato e l’inglese sia la lingua reale di convivenza, non è indispensabile uscire dal paese.
